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giovedì 26 settembre 2013

"A ti solo se llega" de Pedro Salinas - "A te si arriva solo attraverso te" di Pedro Salinas



"A ti solo se llega"

A ti sólo se llega
por ti. Te espero.

Yo sí que sé dónde estoy,
mi ciudad, la calle, el nombre
por el que todos me llaman.
Pero no sé dónde estuve
contigo.
Allí me llevaste tú.

¿Cómo
iba a aprender el camino
si yo no miraba a nada
más que a ti,
si el camino era tu andar,
y el final
fue cuando tú te paraste?
¿Qué más podía haber ya
que tú ofrecida, mirándome?

Pero ahora,
¡qué desterrado, qué ausente
es estar donde uno está!
Espero, pasan los trenes,
los azares, las miradas.
Me llevarían adonde
nunca he estado. Pero yo
no quiero los cielos nuevos.
Yo quiero estar donde estuve.
Contigo, volver.
¡Qué novedad tan inmensa
eso, volver otra vez,
repetir lo nunca igual
de aquel asombro infinito!
Y mientras no vengas tú
yo me quedaré en la orilla
de los vuelos, de los sueños,
de las estelas, inmóvil.
Porque sé que adonde estuve
ni alas, ni ruedas, ni velas
llevan.
Todas van extraviadas.
Porque sé que adonde estuve
sólo
se va contigo, por ti.

(Pedro Salinas, La voz a ti debida, 1933)

A te si arriva solo attraverso te.
Ti aspetto.

Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via, il nome
con cui tutto mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.

Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient'altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?

Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un'altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

Pedro Salinas, da La voce a te dovuta, Einaudi 1979


giovedì 21 marzo 2013

"Sono nata il 21 a primavera" - Un omaggio ad Alda Merini e alla Poesia



Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, da "Vuoto d'amore"

sabato 2 marzo 2013

Sulla lettura



“Conta solo il libro che si pianta come un coltello nel cuore del lettore”.

Emil Cioran, Quaderni 1957-1972

mercoledì 20 febbraio 2013

La casualità di tutto. Da "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron



“Dalla stazione sono andato a casa di mia nonna a piedi, passando per strade con tante belle case vecchie, grandi alberi e prati verdi. Davanti a una c’era una squadra di giardinieri messicani, e un ragazzo più giovane di me spingeva avanti e indietro un tosaerba grande come lui. Mentre passavo mi ha guardato e mi ha fatto un gran sorriso scoprendo i bellissimi denti bianchi, come se fosse orgoglioso di essere visto lì a tosare l’erba. Gli ho sorriso anch’io e lui mi ha salutato con la mano. Non ha senso entrare in contatto con una persona e poi andare via. Non lo capisco. Lo strano è che io sono un asociale, ma quando entro in contatto con uno sconosciuto – anche se si tratta solo di un sorriso o di un cenno con la mano, che non credo sia considerato un vero contatto, ma per me lo è – mi sembra che dopo non possiamo andarcene ognuno per la sua strada come se niente fosse. Per esempio, quel ragazzo messicano com’era finito lì a Hartsdale a tosare il prato, dove viveva, che cosa pensava? Immagino la sua vita come una piramide, un iceberg di cui vedo solo la punta, la punta minuscola, ma sotto la superficie la piramide si allarga, si allarga verso il basso e nel passato, sempre più indietro, tutta la vita gli sta sotto, gli sta dentro, le mille cose che gli sono successe, e il risultato è quel momento, quel secondo in cui mi ha sorriso. Ho ripensato alla signora che leggeva la Bibbia in treno. Dov’era adesso? A casa sua? Lo so che non era il caso di scendere a Woodlawn per seguirla, ma se lo avessi fatto? Se nella mia vita quella donna fosse stata destinata a diventare importante? Credo che sia questo a farmi paura: la casualità di tutto. Persone che per te potrebbero essere importanti, ti passano accanto e se ne vanno. E tu fai altrettanto. Come si fa a saperlo? Dovevo tornare indietro a parlare con il ragazzo messicano? Forse era solo, come me, forse aveva letto Delton Welch. Andandomene mi sembrava di abbandonarlo, di passar la vita, giorno dopo giorno, a abbandonare la gente.
Mi rendo conto che non ha senso pensare queste cose e poi non fare il minimo sforzo per interagire con gli altri, ma comincio a credere che la vita sia piena di queste tragiche incongruenze”.

Da Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, ed. Adelphi 2007, pp.178-179

venerdì 23 ottobre 2009

Walking around - Omaggio a Pablo Neruda



Walking Around

Sucede que me canso de ser hombre.
Sucede que entro en las sastrerías y en los cines
marchito, impenetrable, como un cisne de fieltro
Navegando en un agua de origen y ceniza.
El olor de las peluquerías me hace llorar a gritos.
Sólo quiero un descanso de piedras o de lana,
sólo quiero no ver establecimientos ni jardines,
ni mercaderías, ni anteojos, ni ascensores.
Sucede que me canso de mis pies y mis uñas
y mi pelo y mi sombra.
Sucede que me canso de ser hombre.
Sin embargo sería delicioso
asustar a un notario con un lirio cortado
o dar muerte a una monja con un golpe de oreja.
Sería bello
ir por las calles con un cuchillo verde
y dando gritos hasta morir de frío
No quiero seguir siendo raíz en las tinieblas,
vacilante, extendido, tiritando de sueño,
hacia abajo, en las tapias mojadas de la tierra,
absorbiendo y pensando, comiendo cada día.
No quiero para mí tantas desgracias.
No quiero continuar de raíz y de tumba,
de subterráneo solo, de bodega con muertos
ateridos, muriéndome de pena.
Por eso el día lunes arde como el petróleo
cuando me ve llegar con mi cara de cárcel,
y aúlla en su transcurso como una rueda herida,
y da pasos de sangre caliente hacia la noche.
Y me empuja a ciertos rincones, a ciertas casas húmedas,
a hospitales donde los huesos salen por la ventana,
a ciertas zapaterías con olor a vinagre,
a calles espantosas como grietas.
Hay pájaros de color de azufre y horribles intestinos
colgando de las puertas de las casas que odio,
hay dentaduras olvidadas en una cafetera,
hay espejos
que debieran haber llorado de vergüenza y espanto,
hay paraguas en todas partes, y venenos, y ombligos.
Yo paseo con calma, con ojos, con zapatos,
con furia, con olvido,
paso, cruzo oficinas y tiendas de ortopedia,
y patios donde hay ropas colgadas de un alambre:
calzoncillos, toallas y camisas que lloran
lentas lágrimas sucias.

Pablo Neruda

Succede che mi stanco di essere uomo
Succede che entro nelle sartorie e nei cinema
avvizzito, impenetrabile, come un cigno di feltro
che naviga in un’acqua di origine e di cenere.

L’odore dei barbieri mi fa piangere e stridere
Voglio solo un riposo di ciottoli o di lana
Non voglio più vedere stabilimenti e giardini
Mercanzie, occhiali e ascensori.

Succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie
E dei miei capelli e della mia ombra
Succede che mi stanco di essere uomo.

Tuttavia sarebbe delizioso
Spaventare un notaio con un giglio reciso
O dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio.
Sarebbe bello andare per le vie con un coltello verde
E gettar grida fino a morir di freddo.

Non voglio essere più radice nelle tenebre,
barcollante, con brividi di sonno, proteso all’ingiù,
nelle fradice argille della terra
assorbendo e pensando, mangiando tutti i giorni.

Non voglio per me tante disgrazie
Non voglio essere più radice e tomba
Sotterraneo deserto, stiva di morti,
intirizzito, morente di pena.

E perciò il lunedì brucia come il petrolio
Quando mi vede giungere col mio volto di carcere
E urla nel suo corso come ruota ferita
E muove passi di sangue caldo verso la notte.

E mi spinge in certi angoli, in certe case umide,
in ospedali dove le ossa escono dalla finestra,
in certe calzolerie che puzzano d’aceto
in strade spaventose come crepe.

Vi sono uccelli color zolfo e orribili intestini
Appesi alle porte delle case che odio,
vi sono dentiere dimenticate in una caffetteria
vi sono specchi
che avrebbero dovuto piangere di vergogna e spavento,
vi sono ombrelli dappertutto e veleni e ombelichi.
Io passeggio con calma, con occhi, con scarpe,
con furia, con oblio
passo attraverso uffici e negozi ortopedici
e cortili con panni tesi a un filo metallico:
mutande, camicie e asciugamani che piangono
lente lacrime sporche.

mercoledì 21 ottobre 2009

L'assurdo non sono le cose...- ainda Cortàzar



"Ma certo - disse Oliveira - Chi te lo nega? ma quel che non capiamo è per quale ragione deve capitare così, per quale ragione noi siamo qui e fuori sta piovendo. L'assurdo non sono le cose, l'assurdo è che le cose siano lì e noi le si senta assurde. A me sfugge la relazione fra me e quel che mi sta capitando in questo momento. Non ti nego che mi stia capitando. Altroché, mi capita. E questo è l'assurdo".

Da Julio Cortàzar, "Il gioco del mondo" [Rayuela]

martedì 6 ottobre 2009

Una storia di cronopios da Julio Cortàzar



"Come va, Lòpez"

Un signore incontra un amico e lo saluta, gli stringe la mano e fa un leggero cenno con il capo.
È così che crede di averlo salutato, ma il saluto è già stato inventato e il signore educato non fa che calzare il saluto.
Piove. Un signore si rifugia sotto un portone. Quasi mai i signori come lui sanno che in fin dei conti sono scivolati su un toboga prefabbricato dalla prima goccia di pioggia al primo portone. Un umido toboga di foglie fradice.
E i gesti dell’amore, questo dolce museo, questa galleria di figure di fumo. Si consoli la tua vanità: la mano di Antonio cercò quel che cerca la tua mano, e né la sua né la tua cercavano qualcosa che non sia già stato trovato fin dall’eternità. Ma le cose invisibili hanno bisogno di incarnarsi, le idee cadono a terra come colombe morte.
Ciò che è veramente nuovo fa paura o meraviglia.
Queste due sensazioni ugualmente vicine alla bocca dello stomaco accompagnano sempre la presenza di Prometeo; quel che resta è la comodità, quel che riesce sempre più o meno bene; i verbi attivi contengono il repertorio completo.
Amleto non dubita: cerca la soluzione autentica e non il portone di casa o le vie già percorse – nonostante tutte le scorciatoie e i crocicchi che offrono.
Vuole la tangente che incrina il mistero, la quinta foglia del trifoglio. Fra il sì e il no, quale infinita rosa dei venti. I principi di Danimarca, falchi che scelgono la morte per fame piuttosto che cibarsi di carne morta.
Quando le scarpe stringono, buon segno. C’è qualcosa che cambia, qualcosa che ci mostra, che sordamente ci pone, ci imposta. Per questo i mostri sono tanto popolari e i giornali vanno in estasi per un vitello bicefalo. Quale opportunità, quale abbozzo di gran salto verso l’altro!
Guarda chi si vede.
- Come va, Lòpez?
- Come va, carissimo?
È così che credono di essersi salutati.

Da Julio Cortàzar, Storie di cronopios e di famas

sabato 3 ottobre 2009

Nostalgia del presente di Jorge Luis Borges



In quel preciso momento l’uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividerlo adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo le stava accanto in Islanda

Jorge Luis Borges

mercoledì 16 settembre 2009

Sostiene Pereira: l’io egemone e la confederazione delle anime


"Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere "uno" che fa parte a sé, staccato dall'incommensurabile pluralità dei propri io rappresenta un'illusione,peraltro ingenua, di un'anima di tradizione cristiana; il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità è solo un risultato, non una premessa e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente. Codesto io spodesta l'io egemone e ne prende il posto passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c’è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira e lei non può farci nulla, può solo, eventualmente, assecondarlo”.

Da Antonio Tabucchi, “Sostiene Pereira”.

venerdì 17 luglio 2009

Introduzione a “Moby Dick”, passando per Edward W. Said





Una volta letto “Moby Dick” di Herman Melville, non potrete fare a meno di essere d’accordo con la visione che del romanzo ha Edward W. Said, intellettuale a tutto tondo del Novecento, che nella raccolta di saggi “Nel segno dell’esilio” (Feltrinelli 2008) dedica uno spazio all’interpretazione di uno dei capolavori della letteratura americana e, perché no, di tutta la letteratura occidentale e ne consacra l'universalità.

Imbarcandovi sulla Pequod (il cui nome rimanda ad una tribù di indiani del tutto sterminata dall’uomo bianco) insieme ad Ismaele, Starbuck e al capitano Achab, verrete a poco a poco contagiati dalla mania ossessiva del capitano per il grosso e sfuggente cetaceo.
Vi accorgerete quasi subito che il viaggio della Pequod finisce col perdere i connotati di un viaggio realistico per assumere quelli metaforici del viaggio meta-fisico della mente verso l’Assoluto, in una tensione dialettica che è data dal continuo avvicinarsi e allontanarsi della ciurma all’obiettivo. Moby Dick è altresì il viaggio di Melville nella forma e nel linguaggio alla ricerca del coinvolgimento totale del lettore in una’avventura che genera disagio e incertezza. L’”umorismo pachidermico” e la “retorica grottesca”(come li definisce Said) di Melville servono proprio a questo, a rassicurare il lettore e a confortarlo durante il periglioso viaggio.

Ma “Moby Dick” è anche l’alternativa americana al romanzo classico europeo. Pubblicato nel 1851, il romanzo di Melville rovescia la visione che l’autore europeo ha dei suoi eroi. Nel romanzo francese o inglese realista, ad esempio, la preoccupazione dell’autore è quella di mostrare come i suoi eroi o eroine appartengano ad una formazione sociale ben riconoscibile e di mostrarne contemporaneamente la distanza, il che sfocia in un lieto fine (vedi i romanzi di Jane Austen) o in una fine tragica come quella di Emma Bovary, perseverante nella sua devianza dall’ambiente borghese.
Per Melville l’uomo americano è ontologicamente apolide e Achab è la perfetta incarnazione dell’essere itinerante. Storpio come Filottete, Achab ripudia ogni legame familiare per mettere in atto il suo progetto: uccidere la balena bianca che lo ha reso invalido, disvelandogli così tutta la sua umana fragilità. “Moby Dick” rappresenta il conflitto interiore e la volontà di potenza, quel vettore che spinge l’uomo a varcare i limiti a lui consentiti dalla sua condizione di essere mortale. La “sconvolta follia” di Achab è la sfida ad ogni idea stabile di identità.
La narrazione di “Moby Dick” rappresenta per Melville una sorta di emblema della nazione americana e la cifra del romanzo, per dirla con Said, è senz’altro la ricerca del superamento del limite, l’interrogarsi sul senso di azioni che vanno oltre.
“Moby Dick” è, dunque,un’epopea, è una sorta di cosmologia che racchiude in sé l’intero universo e la conoscenza tecnica di esso, la Pequod è un’Arca di Noè alla rovescia e Achab è, in realtà, un eroe romantico che insegue per tutta la vita la sua idea, anche a costo di morire. La balena è, se vogliamo, la meta che spinge l’uomo a mettersi in moto, e dipende dall’uomo tanto quanto l’uomo dipende da lei. Se Achab muore anche la balena "muore", perché il suo esistere ha senso soltanto in una prospettiva dialettica.
Se alla fine del romanzo il lettore avrà trovato “Moby Dick” un libro imperfetto, a tratti linguisticamente zoppicante o didascalico, anche questo fa parte del gioco. E’ un libro al maschile, dove non c’è posto per la perfezione e per il labor limae; esso è un’enciclopedia universale dove ognuno di noi può trovarvi ciò che vuole e può vestire i panni di un Titano come Achab o quelli di Ismaele. Sta a noi decidere e…salpare!


Elda Lo Cascio (17.07.2009)

mercoledì 23 luglio 2008

La ricerca del centro come nostalgia indoeuropea per Julio Cortàzar


Non voglio scrivere di Rocamadour, almeno per oggi, avrei tanto bisogno di avvicinarmi meglio a me stesso, lasciar cadere tutto quanto mi separa dal centro. Finisco sempre coll’alludere al centro senza la minima garanzia di sapere quel che dico, cedo al facile tranello della geometria con cui si pretende di far ordine alla nostra vita di occidentali: Asse, centro, ragion d’essere, Omphalos, nomi della nostalgia indoeuropea. Anche questa esistenza che qualche volta cerco di descrivere, questa Parigi dove mi muovo come una foglia secca, non sarebbero visibili se dietro non palpitasse l’angoscia assiale, il rincontro con il fusto. Quante parole, quante nomenclature per uno stesso scompiglio. A volte mi convinco che la stupidità si chiama triangolo, che otto per otto è la follia o un cane.

Da Julio Cortàzar, Il gioco del mondo

sabato 31 maggio 2008

Il viaggio, l'esperienza, la vita: Itaca di Costantino Kavafis



Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va' in molte città egizie
impara una quantità
di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa' che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantino Kavafis

domenica 11 maggio 2008

Sogno parigino - Omaggio a Baudelaire


SOGNO PARIGINO


I.

Di quei tremendi paesaggi
che l'occhio mortale mai vede
ancora stamane l'immagine
incerta e lontana m'assedia.


Nel sonno si mostra il miracolo!
Per un capriccio singolare
abolivo dallo spettacolo
la flora in forma regolare.


Fiero del mio genio pittorico
gustavo la monotonia
inebriante dei colori:
oro marmo acqua in armonia.


Babele di scale, d'arcate,
un palazzo ch'era infinito,
bacini dovunque, e cascate
sopra l'oro opaco e brunito.


E poi, cateratte pesanti,
come tendaggi di cristallo,
erano sospese, abbaglianti,
lungo muraglie di metallo.


Paludi stagnanti accerchiate
non da alberi ma da colonne,
dove naiadi smisurate
si specchiavano, come donne.


Scorreva un rivo d'acqua blu
tra rosate e virenti sponde,
per milioni di leghe e più
fino al lembo estremo del mondo.


Pietre preziose mai notate,
flutti magici, straordinarie
specchiere, ch'erano abbagliate
pur dal loro riverberare.


Indifferrenti, taciturni,
tanti Gange nel firmamento
versavano dalle loro urne
tesori in gorghi di diamante.


Architetto di favolosi
mondi, facevo a piacimento
sotto un tunnel di preziosi
trascorrere un oceano lento.


Tutto, anche il nero, era un fulgore,
era limpido, era iridato,
l'acqua incastonava la gloria
in un raggio cristallizzato.


Non c'erano astri né vestigia
di sole, neppure a occidente,
per dar luce a tali prodigi,
infocati per propria fonte.


Su questi nobili portenti
planava (amara novità:
tutto agli occhi, all'udito niente)
un silenzio d'eternità.

II.


Aperti gli occhi in un incendio,
l'orrore ho visto del mio tetto,
poi ho sentito, riavendomi,
l'amaro assillo maledetto.


La pendola dal tocco funebre
suonava mezzodì, brutale,
mentre il cielo versava tenebre
sul torpore del mondo uguale.

Charles Baudelaire, I fiori del male