domenica 8 giugno 2008

Lezioni di cinema: Robert Guédiguian [di Elda Lo Cascio]



Inserisco nel blog un articolo scritto in occasione delle lezioni di cinema che il regista marsigliese ha tenuto a Palermo nell’ottobre 2006, un omaggio ad un grande del cinema francese, e un omaggio alla sua Marsiglia, vera protagonista dei suoi film (e dei quadri di Cèzanne…)


Robert Guédiguian è a Palermo. Il noto regista francese, autore di piccoli capolavori quali “Marius e Jeannette” (1997) o il più recente “Le passeggiate al Campo di Marte” (2004), film che racconta gli ultimi giorni di vita dell’ex presidente francese François Mitterand, è protagonista, nella nostra città, di un seminario sul cinema dal titolo “Lezioni Siciliane”. L’evento, che è ha avuto inizio lunedì 16 ottobre e finirà venerdì 20, è promosso dalla Filmoteca Regionale Siciliana insieme con il Centro Culturale Francese, ed è organizzato dall’Associazione Culturale Nanook. Robert Guédiguian, camicia bianca, pantalone nero, capello arruffato e occhiali tondi, incarna il modello dell’intellettuale francese. Ex attivista nel partito comunista francese, uomo di origini popolari (è nato all’Estaque, il quartiere portuale di Marsiglia), Guédiguian è approdato al cinema perché rappresenta una possibilità di resistenza politica in un mondo pervaso dalla caduta delle illusioni anticapitalistiche. Il suo cinema è costellato di elementi politici e ideologici. I protagonisti dei suoi film, in uno scenario ‘rustico’ (come dice lo stesso Guédiguian) e popolare, incarnano uno spaccato della società contemporanea, con i suoi valori e dis-valori, con la sua capacità di reagire o di rimanere immobile. Guèdiguian imposta il seminario sul cinema in modo non convenzionale: nessuna lezione frontale, solo interazione col pubblico che ha assistito alle proiezioni dei suoi film. Interrogato sul perché ha deciso di far cinema, Guédiguian risponde che in Francia, nei primi anni ’80, il cinema parlava soltanto di se stesso. Nel panorama cinematografico francese un film come “Dernier été” (1980), il suo primo lungometraggio, era assolutamente di controtendenza. Secondo il regista marsigliese, il cinema francese di allora non aveva alcuna fiducia in se stesso e nelle cose che raccontava. Per Guèdiguian il cinema deve avere fiducia nel reale perché, parafrasando Pasolini, la realtà non è altro che un lungo piano sequenza. Pertanto, l’autore di “Marius e Jeannette” invita tutti noi a fare cinema, perché è la cosa più semplice del mondo: il cinema è osservare la realtà. Ciò che conta e che fa la differenza è il nostro regard, il nostro sguardo sul mondo.
Per essere buoni registi, secondo il cineasta marsigliese, bisogna rinunciare a voler avere il controllo su tutti gli elementi del film. L’autore deve limitarsi ad avere un’”intuizione”, un “presentimento” riguardo a ciò che il film dovrà essere, ma soprattutto rappresentare. Il film nasce attraverso un confronto con la realtà e questo giustifica il fatto che ogni singolo spettatore possa percepire il film in modo differente da ogni altro. Se Bertold Brecht parla di spettatore ideale, ovvero il destinatario che vive nella mente del regista quando questi “crea” il film, Guédiguian rinuncia a questa utopia e accetta che l’opera d’arte, una volta portata a termine, appartenga del tutto allo spettatore e non più al suo autore. In questa concezione dell’arte, il cinema assurge ad un ruolo fondamentale, ovvero a scuotitore delle coscienze. Proprio per questo i film, secondo Guédiguian, devono essere estremi; diremmo con Aristotele che devono appartenere alla commedia o alla tragedia, senza via di mezzo. Il punto di partenza è una problematica che può essere risolta o meno. Un film deve fare arrabbiare o deve incoraggiare, continuando ad avere risonanza nella vita dello spettatore, anche a visione conclusa. In questo senso, l’arte si configura come resistenza alla morte e come spinta “politica” a cambiare le cose. In definitiva, un autore produce sempre uno stesso film anche se in forme differenti. L’evoluzione di un percorso artistico corrisponde all’evoluzione della biografia di una autore e ci sono cose che spesso rimangono uguali nella sostanza, pur cambiando forma. Quello che può cambiare è il modo di raccontare una storia ma non la storia in sé.“Marius e Jeannette” e “La ville ést tranquille” incarnano appieno questa concezione dell’arte, ma ancora di più, il finale epico di “Marie-Jo e i suoi due amori”, che nella tragicità della storia ci riporta al presente, ci fa scontrare con quella che è l’essenza della condizione umana, ovvero il suo essere effimero.

E.L.C.

venerdì 6 giugno 2008

Un Ozpetek con Saturno contro [di Elda Lo Cascio]


Di Ferzan Ozpetek
Con Pierfrancesco Favino, Luca Argentero, Ambra Angiolini
Drammatico, Ita 2007, 110’

Gli amori, gli amici, per sempre. Questo il sottotitolo di “Saturno Contro”, ultima fatica di Ferzan Ozpetek, interamente girato a Roma e prodotto da Medusa. Il nucleo della storia, come avveniva ne “Il Grande Freddo” di Lawrence Kasdan, prende il via dalla morte di uno dei protagonisti, Lorenzo (Luca Argentero), compagno omosessuale di Davide (Pierfrancesco Favino), scrittore di libri per ragazzi. Protagonista della vicenda è un gruppo di amici, la famiglia allargata di Davide e Lorenzo, che partecipa agli eventi della vita, in uno sfondo malinconico e amaro, dove la generazione dei trentenni s’incontra con quella dei quarantenni, fra paure, incertezze e delusioni. Unica àncora di salvezza in un universo privo di punti di riferimento è l’amicizia, salda nonostante tutto, che si traduce nella possibilità di condividere i drammi e i cambiamenti, in una dimensione collettiva dove è possibile un paradossale ma eterno presente. Il tragico evento dell’agonia di Lorenzo, entrato in coma per un aneurisma cerebrale, e poi la sua morte, favorisce lo smascheramento dell’interiorità di tutti i personaggi presenti sulla scena. A venire minacciato dallo scorrere del tempo è l’universo medioborghese a cui appartengono tutti i protagonisti: da Angelica (Margherita Buy) psicologa a un punto morto della sua relazione con Antonio (Stefano Accorsi), il marito che la tradisce con una bella fioraia (Isabella Ferrari), alla saccente Neval (Serra Yilmaz) interprete e traduttrice turca con un marito gregario e balbuziente, a Sergio (Ennio Fantastichini), ex di Davide e nullafacente. Un film corale, dunque, sul tema dall’amore, dell’amicizia e soprattutto della separazione, dove l’accettazione del lutto, reale o metaforico che sia, diventa il punto di partenza per instaurare relazioni più vere in uno spazio in cui la comunicazione diventa l’unica resistenza possibile al corso della Storia. Il corpo morto di Lorenzo fa da trait d’union alle vite parallele dei personaggi che riscoprono, nella tragedia, la possibilità di essere più veri, di “espellere” da sé i bisogni e le emergenze represse dallo spirito dei tempi, per capovolgere i verdetti astrologici di una società in cui l’energia di Saturno in opposizione può essere neutralizzata dalla forza di una dimensione privata che nel pubblico trova la sua più genuina espressione.


E. L. C.
(anche su http://www.cinematocasa.it/)

Una dedica...grazie a Wislawa Szymborska e a Robert Doisneau


AMORE A PRIMA VISTA


Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima,credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano-una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava e allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

martedì 3 giugno 2008

Zoe: le città e i segni- Omaggio a Italo Calvino




Zoe. Le città e i segni. 3.


L’uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell’impero ogni edificio è differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali, orti, immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Così – dice qualcuno – si conferma l’ipotesi che ogni uomo porta nella mente una città fatta solo di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono.
Non così a Zoe. In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l’esistenza in tutti i suoi momenti è tutta se stessa, la città di Zoe è il luogo dell’esistenza indivisibile. Ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?


Italo Calvino, Le città invisibili