venerdì 17 luglio 2009

Introduzione a “Moby Dick”, passando per Edward W. Said





Una volta letto “Moby Dick” di Herman Melville, non potrete fare a meno di essere d’accordo con la visione che del romanzo ha Edward W. Said, intellettuale a tutto tondo del Novecento, che nella raccolta di saggi “Nel segno dell’esilio” (Feltrinelli 2008) dedica uno spazio all’interpretazione di uno dei capolavori della letteratura americana e, perché no, di tutta la letteratura occidentale e ne consacra l'universalità.

Imbarcandovi sulla Pequod (il cui nome rimanda ad una tribù di indiani del tutto sterminata dall’uomo bianco) insieme ad Ismaele, Starbuck e al capitano Achab, verrete a poco a poco contagiati dalla mania ossessiva del capitano per il grosso e sfuggente cetaceo.
Vi accorgerete quasi subito che il viaggio della Pequod finisce col perdere i connotati di un viaggio realistico per assumere quelli metaforici del viaggio meta-fisico della mente verso l’Assoluto, in una tensione dialettica che è data dal continuo avvicinarsi e allontanarsi della ciurma all’obiettivo. Moby Dick è altresì il viaggio di Melville nella forma e nel linguaggio alla ricerca del coinvolgimento totale del lettore in una’avventura che genera disagio e incertezza. L’”umorismo pachidermico” e la “retorica grottesca”(come li definisce Said) di Melville servono proprio a questo, a rassicurare il lettore e a confortarlo durante il periglioso viaggio.

Ma “Moby Dick” è anche l’alternativa americana al romanzo classico europeo. Pubblicato nel 1851, il romanzo di Melville rovescia la visione che l’autore europeo ha dei suoi eroi. Nel romanzo francese o inglese realista, ad esempio, la preoccupazione dell’autore è quella di mostrare come i suoi eroi o eroine appartengano ad una formazione sociale ben riconoscibile e di mostrarne contemporaneamente la distanza, il che sfocia in un lieto fine (vedi i romanzi di Jane Austen) o in una fine tragica come quella di Emma Bovary, perseverante nella sua devianza dall’ambiente borghese.
Per Melville l’uomo americano è ontologicamente apolide e Achab è la perfetta incarnazione dell’essere itinerante. Storpio come Filottete, Achab ripudia ogni legame familiare per mettere in atto il suo progetto: uccidere la balena bianca che lo ha reso invalido, disvelandogli così tutta la sua umana fragilità. “Moby Dick” rappresenta il conflitto interiore e la volontà di potenza, quel vettore che spinge l’uomo a varcare i limiti a lui consentiti dalla sua condizione di essere mortale. La “sconvolta follia” di Achab è la sfida ad ogni idea stabile di identità.
La narrazione di “Moby Dick” rappresenta per Melville una sorta di emblema della nazione americana e la cifra del romanzo, per dirla con Said, è senz’altro la ricerca del superamento del limite, l’interrogarsi sul senso di azioni che vanno oltre.
“Moby Dick” è, dunque,un’epopea, è una sorta di cosmologia che racchiude in sé l’intero universo e la conoscenza tecnica di esso, la Pequod è un’Arca di Noè alla rovescia e Achab è, in realtà, un eroe romantico che insegue per tutta la vita la sua idea, anche a costo di morire. La balena è, se vogliamo, la meta che spinge l’uomo a mettersi in moto, e dipende dall’uomo tanto quanto l’uomo dipende da lei. Se Achab muore anche la balena "muore", perché il suo esistere ha senso soltanto in una prospettiva dialettica.
Se alla fine del romanzo il lettore avrà trovato “Moby Dick” un libro imperfetto, a tratti linguisticamente zoppicante o didascalico, anche questo fa parte del gioco. E’ un libro al maschile, dove non c’è posto per la perfezione e per il labor limae; esso è un’enciclopedia universale dove ognuno di noi può trovarvi ciò che vuole e può vestire i panni di un Titano come Achab o quelli di Ismaele. Sta a noi decidere e…salpare!


Elda Lo Cascio (17.07.2009)

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