venerdì 14 novembre 2008

Il senso dell'Amore -quello Vero- per Emily Dickinson


“Amore - tu sei Alto”



Amore - tu sei Alto -

Non posso scalarti -

Ma, si fosse in Due -

Chissà che noi -

Alternandoci -

al Chimborazo -

Ducali - alla fine - non si arrivi a starti accanto -


Amore - tu sei profondo -

Non posso attraversarti -

Ma, ce ne fossero Due

Invece di Uno -

Rematore, e Panfilo - una qualche sovrana Estate -

Chissà - che noi non si raggiunga il Sole?

Amore - tu sei Celato -

Pochi - ti scorgono -

Sorridono - e mutano -

e blaterano - e muoiono -

Senza te - sarebbe una Stranezza -

la Beatitudine -Soprannominata da Dio -

Eternità –


Emily Dickinson, 1862

lunedì 10 novembre 2008

Da leggere il mattino e la sera - Dedicata a...

Da leggere il mattino e la sera



Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me
Per questo ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere.
Bertold Brecht

venerdì 17 ottobre 2008

Lavorare stanca di Cesare Pavese



Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate 5
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale di inutili piante, si ferma.
Val la pena essere solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade 10
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita. 15

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, a casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena. 20
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue. 25
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.


Da Poesie, Einaudi, Torino

lunedì 1 settembre 2008

Riapre la scuola di cinema a Palermo



Amici di Cinematocasa,

sta per cominciare il secondo corso di filmaking organizzato da Cinematocasa, la scuola di cinema con sede a Palermo. E´ un corso diverso, rispetto a quelli tradizionali: questo è suddiviso in due lezioni settimanali il lunedì e il giovedì dalle ore 19 fino alle 20.30. Una giornata di teoria e una giornata di visione del film trattato nella teoria (in una sala cinema di 18 posti).Il costo è di 25 euro a settimana. I docenti sono Franco Marineo, Andrea Caramanna, Massimo Di Martino, Fabiana D´Urso, Elisabetta Mancuso, Paolo Iraci, Alessandro Borroni e Marco Pomar che insegneranno tecniche di sceneggiatura, di storia del cinema, di critica cinematografica, di storyboard, di fotografia, di ripresa, di montaggio e di regia. Alla fine del corso verrà un attestato di frequenza. Parallelamente ai corsi ci saranno dei workshop di due giornate, nelle giornate di sabato e la domenica, organizzate dalla scuola di cinema di Roma Sentieri Selvaggi, su temi specifici. Le lezioni della scuola di via Maqueda 129 a Palermo cominceranno ad ottobre e continueranno fino a maggio 2009.Se tutto questo stuzzica il vostro appetito cinematografico, fate un fischio...Massimo Di Martino info@cinematocasa.it


Il calendario delle lezioni su http://www.cinematocasa.it/

mercoledì 23 luglio 2008

La ricerca del centro come nostalgia indoeuropea per Julio Cortàzar


Non voglio scrivere di Rocamadour, almeno per oggi, avrei tanto bisogno di avvicinarmi meglio a me stesso, lasciar cadere tutto quanto mi separa dal centro. Finisco sempre coll’alludere al centro senza la minima garanzia di sapere quel che dico, cedo al facile tranello della geometria con cui si pretende di far ordine alla nostra vita di occidentali: Asse, centro, ragion d’essere, Omphalos, nomi della nostalgia indoeuropea. Anche questa esistenza che qualche volta cerco di descrivere, questa Parigi dove mi muovo come una foglia secca, non sarebbero visibili se dietro non palpitasse l’angoscia assiale, il rincontro con il fusto. Quante parole, quante nomenclature per uno stesso scompiglio. A volte mi convinco che la stupidità si chiama triangolo, che otto per otto è la follia o un cane.

Da Julio Cortàzar, Il gioco del mondo

giovedì 17 luglio 2008

Una bellissima dichiarazione d'amore: grazie a Ingeborg Bachmann (e a Marc Chagall)


Perché lui è venuto a rendere di nuovo le consonanti solide e palpabili, per aprire di nuovo le vocali perché risultino piene, per farmi tornare le parole sulle labbra, per ristabilire i primi rapporti distrutti e redimere i problemi, e così non mi allontanerò uno iota da lui, disporrò l’una sull’altra le nostre iniziali identiche, squillanti, con cui firmiamo i nostri biglietti, le scriverò una sopra l’altra, e dopo l’unione dei nostri nomi potremo incominciare con queste prime parole a rendere ancora onore a questo mondo, perché esso debba augurarsi di farsi ancora onore.


da Ingeborg Bachmann, Malina

mercoledì 16 luglio 2008

Bianca&Zelig: due brevi considerazioni su Bianca di n.moretti e Zelig di w.allen


Questi due film hanno fatto parte dell’onorevolissimo cineclub per masochisti da me inaugurato insieme a d. e m. nel 2003 dal titolo “LOVE ?!?” e in questo momento caduto in disgrazia… (per d.: come dicevi tu sabato da vanessa beecroft [c’è un post in cantiere anche per lei, n.d.r.] dobbiamo assolutamente riprendere; ti ricordo che in ballottaggio ci sono fellini e “Tutti gli uomini del presidente”…credo che massimo avrà dimenticato che questi film sono suoi...dato che è passato almeno un anno dal prestito…).
Per quanto riguarda il primo: beh, come fa il paranoico e lo psicopatico n.moretti non lo fa nessuno, ma non è questo il bello del film. E' interessante come il protagonista decida di sottrarsi all'amore per Bianca per evitare di soffrire poi, eventualmente, alla fine della storia. E' inquietante come lui viva la sua storia d'amore non con la spensieratezza e l'euforia degli inizi, bensì con la pesantezza e il disincanto della fine...tanto e comunque finirà, e male. Eppure l'amore diventa la misura del suo comportamento che, portato all'estremo, diventa omicida: chi non ama non merita di vivere. E allora uccide gli altri così come, in fondo, uccide se stesso scegliendo di non amare.
Su Zelig: sì, è vero c'è tutta la metafora del nazismo, il film dichiaratamente più politico di woody a., etc., ma soltanto questo? un po' scontato a tutta prima. Forse c'è dell'altro...a un certo punto Leonard Zelig afferma che ha deciso di essere un "camaleonte" perché voleva farsi amare, perché essere come gli altri era per lui garanzia di accettazione. Ma gli altri, in questo modo, lo vedevano soltanto come un essere mostruoso, perché Zelig non era cinese, né francese, né nero, né un attore, né un aviatore, e non lo doveva né essere né diventare per essere amato.
Non è inquietante che molte persone, pur di farsi amare, snaturino la propria personalità conformandosii a quella degli altri? Penso che laddove c'è nascondimento non ci può essere amore in nessuna delle sue forme. Dunque Zelig torna ad essere un everyman (e cioè quello che è realmente) soltanto nel momento in cui libera davvero nella dimensione della coscienza il suo amore per Eudora, trattenuto fino ad allora nel limbo dell'inconscio.


e.l.c.

martedì 15 luglio 2008

Omaggio a Michael Stipe: Sing for the submarine

SING FOR THE SUBMARINE
It feels in dreams
That everything is there for you
The city breathes and pulses
It's for you electron blue


I knew that you could see right through it
So this is where I give in to the machine
Lift up your voice feel gravity's pull
Drown out the siren's ring (or silent dream)


Oh... It's all here where I keep it
It's all in the submarine
It's all a lot less frightening
Than you would have had it be
But that's the good news my darling
It is what it's going to be
So sing, sing for the submarine


I tried to explain how it all begins
How it’s all destroyed and built again

I knew that you could not believe me
But now you're here and it's different
How the light shines in your eyes
In every second or situ
It's then that I realized
That the world as we know it
The High speed train
We'll pick it all up and start again

It's all here where I keep it
It's all in the submarine
It's all a lot less frightening
Than you would have had it be
But that's the good news my darling
It is what it's going to be
So sing, sing for the submarine
The city did not collapse in a shudder
The rain it never came
At least my confessions made you laugh
I know it's a little crazed
But these dreams...
They seem so real to me


It's all here where I keep it
It's all in the submarine
It's all a lot less frightening
Than you would have had it be
But that's the good news my darling
It is what it's going to be
So sing, sing for the submarine


So this is where you trust me
And this where it begins
It's all a lot less frightening
Your tear you let it in
Tyrel and his mechanical owl
A moth disguised as a leaf...
Don't tell me what tomorrow brings
Climb into the hidden machine and
Sing sing sing sing sing sing
Sing sing for the submarine

(dall’album Accelerate 2008)


Il sito dei R.E.M. è http://www.remhq.com/, ma su youtube si trova...

venerdì 11 luglio 2008

Il flusso continuo della vita secondo Wislawa Szymborska


Nulla due volte


Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
nasciamo senza esperienza
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
hai rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra? O forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,
dai paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia
sorridenti fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Wislawa Szymborska, da Vista con granello di sabbia

mercoledì 9 luglio 2008

Il gatto fantasma sive quo vadis?




Carlo, ti torturerò finché non risponderai (oralmente o meno) al quesito del momento… e tu sai bene qual è.

Ho messo sul blog la foto del gatto meta—fisico perché tu possa esprimerti in tal senso. E’ chiaro che quando l’ho fotografato, la mia preoccupazione esclusiva era quella di riuscire a trattenere il gatto all’interno dell’inquadratura. Ma fra l’idea della cosa e la cosa in sé c’è sempre una divergenza (in questo senso per me la fotografia è un’arte tipicamente romantica …creatrice di illusioni… converrai che qui non è il caso di citare Gustave F. e la sua Emma B., semmai Ugo F. e il suo Jacopo O.).
Non è forse il gatto fantasma una prova della differenza fra ideale e reale?...o tra ideale e l’immagine del reale (le cose si complicano…)? che il gatto meta-fisico sia la versione felina del superuomo nietzschiano?
Quell’evanescente esserino peloso, d’altra parte, sembra snobbare il mondo che lo circonda, zampettando con una certa eleganza verso il sole del crepuscolo.
E.

Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione […]Io amo colui l'anima del quale trabocca da fargli dimenticare se stesso, e tutte le cose sono dentro di lui: tutte le cose divengono così il suo tramonto. Io amo colui che è di spirito libero e di libero cuore: il suo cervello, in tal modo, non è altro che le viscere del cuore, ma il suo cuore lo spinge a tramontare. Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall'oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente dalla nube: ma il fulmine si chiama superuomo.

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

lunedì 7 luglio 2008

La casa di Asterione: omaggio a Jorge Luis Borges




“La casa di Asterione”


So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)1 restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne’ la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.
La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.
Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato).Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima,” o: “Adesso sbocchiamo in un altro cortile,” o: “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua,” oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia,” o anche: “Vedrai come si biforca la cantina.” A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.
Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.
Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro; senza che io mi mac-chi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?
Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
“Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”

Jorge Luis Borges, L’Aleph

sabato 5 luglio 2008

Un Michael Moore oversize: Sicko


SICKO

Di Michael Moore, Documentario, Usa 2007, 120’

Se pensavate che la malasanità fosse un problema tutto italiano, beh, adesso potete ricredervi. E’ Michael Moore ad affermarlo con il suo “Sicko” (dall’inglese sick, malato), l’ultimo documentario antiamericano del cineasta oversize, nemico schierato di Bush. A dirla tutta, Moore ci appare ancora una volta un oversize sia fisicamente che ideologicamente; riusciamo persino a tirare un sospiro di sollievo quando ci rendiamo conto che è una fortuna vivere ed essere curati in Italia piuttosto che negli Stati Uniti. Sembra un paradosso. Che dire poi di Inghilterra e Francia, con un sistema assistenziale senza pecche? E la Cuba di Fidel? L’isola caraibica non è solamente un paradiso per turisti e per gli amanti dei sigari e tanto altro, ma possiede uno dei sistemi sanitari più efficienti del mondo. L’erba del vicino (anche quello più lontano) è, dunque, sempre più verde. Lo è soprattutto per gli americani, il cui Paese è diventato un inferno e le compagnie di assicurazione sanitaria pare abbiano firmato un patto col Diavolo pur di garantirsi guadagni miliardari a spese della salute (o meglio, delle malattie) della popolazione. A sporcarsi le mani col sangue dei cittadini non sono solo le suddette compagnie assicurative, ma soprattutto il caro Bush e tutto il suo entourage. Ma i guai seri erano cominciati con Nixon, che ha passato il testimone a Reagan e via dicendo, con una breve parentesi Clinton, svanita in una bolla di sapone. Perché? Perché un sistema sanitario gestito dallo Stato pareva, agli occhi delle masse poco vigili, il segnale inequivocabile di una pericolosissima e imminente vittoria del comunismo in America. Che paura! Dunque il sistema sanitario statunitense, complice la passività e la scarsa lungimiranza del popolo americano, come ci informa Moore, è interamente gestito da privati: la Cigna o l’Humana, sono soltanto due dei nomi più aberranti di compagnie assicurative che quotidianamente si arricchiscono alle spalle delle fasce più sfortunate della popolazione nordamericana. Per intenderci, il tasso di mortalità infantile negli Usa è più alto che in Costa Rica e l’aspettativa di vita degli americani è più bassa che in molti altri Paesi.Inoltre, in America, non si guarda in faccia a nessuno. Non conta neppure essere stato un eroe per la patria. Lo stesso ‘trattamento’ sanitario, infatti, è stato riservato ai volontari e ai soccorritori che prestarono il loro aiuto per stanare cadaveri e superstiti dalle macerie delle Torri Gemelle. Nemmeno per loro lo Stato ha avuto pietà; coi polmoni a pezzi e i debiti fino al collo, hanno dovuto aspettare che Moore li conducesse con un barca a Cuba per essere curati, praticamente gratis. E a Guantanamo, i bracci destri di Al Qaeda vengono curati con le migliori intenzioni, con le migliori attrezzature e, ovviamente, gratis. Il consiglio di Moore: non partite per gli Stati Uniti se non avete un’assicurazione sanitaria del vostro Paese. Rischiereste di pagare ben 12,000 dollari per una caviglia fratturata. E in questo caso non vi sarebbe andata poi molto male.

E.L.C.

venerdì 4 luglio 2008

Per gli alunni della III A : ecco a voi "I puffini dell'Adriatico"


So che alcuni di voi hanno cercato questi puffini per mari e per monti, in internet e sulle migliori letterature...questo è un omaggio a voi e... in bocca al lupo!

Ci vediamo domani per gli esami!


Giovanni Pascoli, I PUFFINI DELL'ADRIATICO

Tra cielo e mare (un rigo di carmino (1)
recide intorno l'acque marezzate)(2)
parlano. È un'alba cerula (3) d'estate:
non una randa (4) in tutto quel turchino.(5)

Pur voci reca il soffio del garbino (6)
con ozïose e tremule risate.
Sono i puffini (7): su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.

Sembra un vociare, per la calma, fioco
di marinai, ch'ad ora ad ora giunga
tra 'l fievole (8) sciacquìo della risacca (9);

quando, stagliate (10) dentro l'oro e il fuoco,
le paranzelle (11) in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca (12).



da Myricae



Vocabolario:
(1) Carmino: colore rosso, ricavato dall’ebollizione del corpo essiccato della cocciniglia, usata per miniare
(2) marezzata: variegata, che si distingue da colore diverso dal fondo, striata, venata
(3) cerula: colore del cielo, azzurro
(4) randa: vela a forma di trapezio
(5) turchino: di colore azzurro cupo, di gradazione forte
(6) garbino: vento di libeccio, chiamato così dai marinai dell’Adriatico
(7) Puffino (Puffinus): Genere di uccelli procellariformi della famiglia dei Procellaridi, il quale riunisce 14 specie comunemente note anche col nome di berte;
sono diffusi in varie zone del Mediterraneo, dell'Atlantico e del Pacifico
(8) fievole: debole, che si percepisce appena, fioco
(9) risacca: ritorno dell’onda, il frangersi delle onde sulla spiaggia, rifluire dell’onda
(10) stagliate: delineate in modo netto, che spiccano sullo sfondo
(11) paranzella: grande barca da pesca a vela latina
(12) lacca: sostanza resinosa, trasparente

lunedì 30 giugno 2008

C’era una volta nel luglio del 2000…[di Elda Lo Cascio]


Era l’estate del 2000 quando mi ritrovai a partecipare alla selezione per uno stage organizzato dal comune di Palermo e riservato a sei giovani registi palermitani in erba, o presunti tali, e ad altrettanti registi palestinesi (in realtà ne vennero a Palermo solo quattro). Quando mi sedetti a discutere con Gregorio Napoli (lo conoscete tutti, no?) che mi faceva domande sulla storia del cinema russo, sul cambiamento epistemologico che il cinema stava affrontando a causa del digitale,sul senso del muto in Chaplin (!?!) mi sentii un po’un pesce fuor d’acqua e dicevo fra me e me: “Cosa ci faccio qui?”. Poi passai nelle mani di Mario Bellone e non ricordo nemmeno più di chi altri. Mi alzai soddisfatta delle mie risposte e del fatto che in ogni caso il partecipare alla selezione era stata per me una bella esperienza. Quando ricevetti la telefonata che mi comunicava che ero stata scelta fra i sei partecipanti allo stage, non potei trattenere un urlo di gioia. Ce l’avevo fatta! E così cominciarono quindici frenetici giorni per la realizzazione del medio-metraggio “Sicilia: terra di speranza e di incontro”. Ricordo quell’esperienza come una delle più divertenti della mia vita e soprattutto ricordo con affetto tutti coloro che vi presero parte, soprattutto Nagy Rizk (vero maestro e uomo di cinema )e, ovviamente, il mio caro amico Alessandro Aronadio. Adesso che sono passati otto anni, alcuni di noi hanno preso strade del tutto diverse da quelle ipotizzate un tempo. Qualcuno continua ad occuparsi di cinema per hobby, più che per mestiere (come me), e qualcun altro sta per girare la sua opera prima dal titolo “Aspettando Godard”…. Alessandro sei un grande! In tuo onore, caro Aronadio, inserisco nel blog il comunicato stampa del 2000 che parlava del “nostro”stage “Palermo-Betlemme”. Al più presto inserirò il trailer del tuo film. In bocca al lupo, Ale! La tua amica locax.

STAGE DI CINEMATOGRAFIA "PALERMO-BETLEMME 2000" IERI SERA LA PRESENTAZIONE DEL MEDIOMETRAGGIO

Storie, colori, radici, contaminazioni. Una Palermo vista dal buco della serratura, raccontata dalle telecamere di un gruppo di giovani registi, sei siciliani e quattro palestinesi. E' il risultato dello stage di cinematografia che si è svolto a Palermo dal 3 al 19 luglio, promosso dall'Assessorato all'Informazione e dall'Assessorato alla Cultura del Comune, e diretto dall' associazione "Multirifrazione Progetti" con la Nuova Università del Cinema e della Televisione di Roma, nell'ambito delle iniziative di "Palermo-Betlemme 2000". Il video, dal titolo "Sicilia: terra di speranza e di incontro", e della durata di 30 minuti, è stato presentato ieri sera a Villa Niscemi. Sono intervenuti l'Assessore all'Informazione Alberto Mangano, l'Assessore alla Cultura Giusto Catania, l'Assessore alla Promozione della persona della famiglia e della comunità, Giuseppe Bruno, Ali Rashid, primo segretario della delegazione palestinese in Italia, il critico cinematografico Gregorio Napoli, i cinque tutor dello stage, tre di nazionalità araba e due italiani, e naturalmente gli allievi che hanno firmato la regia, la sceneggiatura e la fotografia del mediometraggio: Zuher Belbisi, Abdallah Baker, Farid Shahin, Asbraf Assaifi, Alessandro Aronadio, Marina Di Giorgi, Paolo Iraci, Elda Lo Cascio, Daniela Paternostro, Sergio Ruffino, il più giovane del gruppo, appena ventenne. "Il cinema si rivela con quest'esperienza un potente strumento dl comunicazione - ha commentato l'Assessore Alberto Mangano - I ragazzi hanno potuto scoprire, attraverso il linguaggio cinematografico, un sentire comune, un profondo legame tra la Sicilia e il mondo arabo. E dal punto di vista politico quest'attenzione culturale è importantissima per avviare un dialogo nell'area del Mediterraneo". Entusiasti gli ospiti palestinesi: "E' stata un'esperienza emozionante sotto tutti i punti di vista - ha detto uno dei tutor, Hatem Abeb Sabra - sotto l'aspetto culturale, ma anche dal punto di vista umano". Il video verrà trasmesso dalla televisione satellitare pubblica palestinese, e il prossimo ottobre, nell'ambito della rassegna palermitana di cinema palestinese, mentre il ciclo di manifestazioni di "Palermo-Betlemme 2000" - inaugurato lo scorso dicembre con due concerti, nella chiesa Santa Caterina di Betlemme e al teatro Massimo di Palermo - proseguirà in autunno con un convegno multiculturale sull'identità, l'economia e il futuro dei popoli del Mediterraneo.
21 luglio 2000

domenica 29 giugno 2008

Darren Aronofsky di nuovo sul grande schermo con The Fountain [di Elda Lo Cascio]

Ci saremmo aspettati molto di più da Darren Aronofsky, autore di un film cult come “Requiem for a dream”, non fosse altro per il fatto che abbiamo dovuto attendere cinque anni la sua ultima fatica “The Fountain”, un fantasy drammatico carico di simbologia che però finisce col collassare su se stesso. 96 minuti di puro delirio attraverso un viaggio temporale che alterna la Spagna dei conquistadores all’America attuale fino a giungere in un futuro lontano in cui è rimasto soltanto un uomo, l’unico sopravvissuto nell’intera galassia. La storia è incentrata sulla ricerca dell’immortalità che scaturisce dall’albero della vita. Il protagonista del film è Tommy Creo (Hugh Jackman), uno scienziato che al giorno d’oggi cerca un rimedio al cancro di cui è vittima la moglie Izzy (Rachel Weisz). Nella ricerca di un antidoto alla morte, Tommy capirà che l’immortalità non rappresenta la via per la salvezza e per la felicità, ma che la morte è invece, citando una frase ricorrente del film, “l’unica via per lo stupore”. Il film dal vago sapore new age non riesce a fondere i troppi elementi simbolici disseminati al suo interno: la ricerca dell’albero della vita, la cacciata dal Paradiso terrestre, la sapienza Maya, per concludere con un assaggio di saggezza Zen. Non basta il premio Oscar Rachel Weisz, compagna di Aronofsky, a riscattare il film. Il regista newyorchese ha precisato in un’intervista a Venezia che il significato del film sta nella consapevolezza che la morte fa parte dell’esperienza umana e che il destino degli uomini sta nella possibilità di scelta e nel compimento degli errori. Aronofsky ha, inoltre, raccontato l’odissea che ha dovuto vivere per girare e distribuire “The fountain”, un film difficile per i produttori che non se la sentivano di investire in questo lungometraggio a metà fra la fantascienza e storia d’amore. La bella e sorridente Rachel Weisz si è dichiarata onorata di aver lavorato con Aronofsky, padre del suo bambino, e di non aver avuto paura della morte durante le riprese del film. Unica nota pregevole di “The Fountain” la fotografia e gli effetti visivi, creati ricomponendo al computer un collage di immagini precedentemente girate.

E.L.C.

giovedì 26 giugno 2008

Il futuro dell'energia (o l'energia del futuro?): intervista a Jeremy Rifkin



Dal blog di Beppe Grillo del 25 giugno '08 l'intervista al genio dell'economia Jeremy Rifkin, pacifista e ambientalista, pioniere delle ricerche sull'idrogeno quale fonte di energia alternativa ai combustibili fossili e al nucleare.


"Ora, al tramonto [della seconda rivoluzione industriale] ci sono alcune situazioni davvero molto critiche. Il prezzo dell'energia sta drammaticamente salendo e il mercato mondiale del petrolio si è appena avviato al suo picco di produzione. I prezzi del cibo sono raddoppiati negli ultimi anni poiché la produzione di cibo è prevalentemente basata sui combustibili fossili. Appena raggiungeremo il picco della produzione di petrolio, i prezzi saliranno, l'economia globale ristagnerà, avremo recessione e ci saranno persone che non riusciranno a mettere in tavola qualcosa da mangiare. Il "picco del petrolio"
avviene si è usato metà del petrolio disponibile. Quando questo avverrà, quando saremo all'apice di questa curva, saremo alla fine dell'era del petrolio perché il costo di estrazione non sarà più sostenibile. Quando arriveremo al picco? L'ottimista agenzia internazionale per l'energia dice che ci arriveremo probabilmente attorno al 2025-2035. D'altra parte negli ultimi anni alcuni dei più grandi geologi del mondo, utilizzando dei modelli matematici molto avanzati, rilevano che arriveremo al picco tra il 2010 e il 2020. Uno dei maggiori esperti sostiene che il picco è già stato raggiunto nel 2005. Ora, il giacimento del Mare del Nord ha raggiunto il picco 3 anni fa. Il Messico, il quarto produttore mondiale, raggiungerà il picco nel 2010, come probabilmente la Russia. Nel mio libro, Economia all'idrogeno, ho speso molte parole su questa questione. Io non so chi ha ragione, gli ottimisti o i pessimisti. Ma questo non fa alcuna differenza, è una piccolissima finestra. La seconda crisi legata al tramonto di questo regime energetico è l'aumento di instabilità politica nei Paesi produttori di petrolio. Dobbiamo capire che oggi un terzo delle guerre civili nel mondo è nei Paesi produttori di petrolio. Immaginate cosa accadrà nel 2009, 2010, 2011, 2012 e così via. Tutti vogliono il petrolio, il petrolio sta diventando sempre più costoso. Ci saranno più conflitti politici e militari nei Paesi produttori. Infine, c'è la questione dei cambiamenti climatici. Se prendiamo gli obiettivi dell'Unione Europea sulla riduzione della Co2, e la UE è la più aggressiva del mondo in questo senso, anche se riuscissimo a raggiungere quegli obiettivi ma non facessero lo stesso India, Cina e altri Paesi, la temperatura aumenterà di 6°C in questo secolo e sarà la fine della civilizzazione come la conosciamo.
Lasciatemi dire che quello di cui abbiamo bisogno adesso è un piano economico che sia sufficientemente ambizioso ed efficace per gestire l'enormità del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici.
Lasciatemi dire che le grandi rivoluzioni economiche accadono quando l'umanità cambia il modo di produrre l'energia, primo, e quando cambia il modo di comunicare, per organizzare questa rivoluzione energetica.
All'inizio del XX secolo la rivoluzione del telegrafo e del telefono convergeva con quella del petrolio e della combustione interna, dando vita alla seconda rivoluzione industriale. Ora siamo al tramonto di quella rivoluzione industriale. La domanda è: come aprire la porta alla terza rivoluzione industriale. Oggi siamo in grado di comunicare peer to peer, uno a uno, uno a molti, molti a molti. Io sto comunicando con voi via Internet. Questa rivoluzione "distribuita"
della comunicazione, questa è la parola chiave: "distribuita", questa rivoluzione "piatta", "equa" della comunicazione proprio ora sta cominciando a convergere con la rivoluzione della nuova energia distribuita. La convergenza di queste due tecnologie può aprire la strada alla terza rivoluzione industriale. L'energia distribuita la troviamo dietro l'angolo. Ce n'è ovunque in Italia, ovunque nel mondo.
Il Sole sorge ovunque sul pianeta. Il vento soffia su tutta la Terra, se viviamo sulla costa abbiamo la forza delle onde. Sotto il terreno tutti abbiamo calore. C'è il mini idroelettrico. Queste sono energie distribuite che si trovano ovunque. L'Unione Europea ha posto il primo pilastro della terza rivoluzione industriale, che sono le energie rinnovabili e distribuite. Primo, dobbiamo passare alle energie rinnovabili e distribuite. La UE ha fissato l'obiettivo al 20%.
Secondo, dobbiamo rendere tutti gli edifici impianti di generazione di energia. Milioni di edifici che producono e raccolgono energia in un grande impianto di generazione. Questo già esiste. Terzo pilastro:
come accumuliamo questa energia? Perché il Sole non splende sempre, nemmeno nella bellissima Italia. Il vento non soffia sempre e le centrali idroelettriche possono non funzionare nei periodi di siccità.
Il terzo pilastro riguarda come raccogliamo questa energia e la principale forma di accumulo sarà l'idrogeno. L'idrogeno può accumulare l'energia così come i supporti digitali contengono le informazioni multimediali. Infine, il quarto pilastro, quando la comunicazione distribuita converge verso la rivoluzione energetica generando la terza rivoluzione industriale. Prendiamo la stessa tecnologia che usiamo per Internet, la stessa, e prendiamo la rete energetica italiana, europea e la rendiamo una grande rete mondiale, come Internet. Quando io, voi e ognuno produrrà la sua propria energia come produciamo informazione grazie ai computer, la accumuliamo grazie all'idrogeno come i media con i supporti digitali, potremo condividere il surplus di produzione nella rete italiana, europea e globale nella "InterGrid", come condividiamo le informazioni in Internet. Questa è la terza rivoluzione industriale. Io lavoro con molte tra le più grandi aziende energetiche del mondo, come consulente. Lasciatemi fare una considerazione in termini di business, non in termini ideologici.
Non credo che l'energia nucleare sarà significativa in futuro e credo che sia alla fine del suo corso e qualsiasi governo sbaglierebbe a investire nell'atomo. Vi spiego le ragioni. Non produciamo Co2 con gli impianti nucleari, quindi dovrebbe essere parte della soluzione ai problemi climatici. Ma guardiamo ai numeri. Ci sono 439 impianti nucleari al mondo, oggi, che producono solo il 5% dell'energia che consumiamo. Questi impianti sono molto vecchi. C'è qualcuno in Italia o nel mondo che davvero crede che si possano rimpiazzare i 439 impianti che abbiamo oggi nei prossimi vent'anni. Anche se lo facessimo continueremmo a produrre solo il 5% dell'energia consumata, senza alcun beneficio per i cambiamenti climatici. E' chiaro che perché ne avesse, dovrebbero coprire almeno il 20% della produzione.
Ma perché la produzione di energia sia per il 20% nucleare, dovremmo costruire 3 centrali atomiche ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni.
Capito? Duemila centrali atomiche. Tre nuove centrali ogni mese per sessant'anni. Non sappiamo ancora cosa fare con le scorie. Siamo nell'energia atomica da 60 anni e l'industria ci aveva detto:
"Costruite gli impianti e dateci tempo sufficiente per capire come trasportare e stoccare le scorie". Sessant'anni dopo questa industria ci dice "Fidatevi ancora di noi, possiamo farcela", ma ancora non sanno come fare. L'agenzia internazionale per l'energia atomica dice che potremmo avere carenza di uranio tra il 2025 e il 2035, facendo cosi' morire i 439 impianti nucleare che producono il 5% dell'energia del mondo. Potremmo prendere l'uranio che abbiamo e convertirlo in plutonio. Ma avremmo il pericolo del terrorismo nucleare. Vogliamo davvero avere plutonio in tutto il mondo in un'epoca di potenziali attacchi terroristici? Credo sia folle. E infine, una cosa che tutti dovrebbero discutere col vicino di casa: non abbiamo acqua! Questo le aziende energetiche lo sanno ma la gente no. Prendete la Francia, la quintessenza dell'energia atomica, prodotta per il 70%. Questo e'
quello che la gente non sa: il 40% di tutta l'acqua consumata in Francia lo scorso anno, e' servita a raffreddare i reattori nucleari.
Il 40%. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l'estate perche' l'aria condizionata era scarsa?
Quello che non sapete e' che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricita'. Dove pensano di trovare, l'Italia e gli altri Paesi, l'acqua per raffreddare gli impianti se non l'ha trovata la Francia?
Quello che dobbiamo fare è democratizzare l'energia. La terza rivoluzione industriale significa dare potere alle persone e per la generazione cresciuta con la Rete questo è la conclusione e il completamento di questa rivoluzione, proprio come ora parliamo in Internet, centinaia di persone sono in Internet, ed è tutto gratuito, e questi possono creare il più grande, decentralizzato, network televisivo, open source, condiviso…perché non possiamo farlo con l'energia? L'Italia è l'Arabia Saudita delle energie rinnovabili! Ci sono così tante e distribuite energie rinnovabili nel vostro Paese! Mi meraviglio quando vengo nel vostro Paese e vedo che non vi state muovendo nella direzione in cui si muove la Spagna, aggressivamente verso le energie rinnovabili. Per esempio, voi avete il Sole! Avete così tanto sole da Roma a Bari. Avete il Sole! Siete una penisola, avete il vento tutto il tempo, avete il mare che vi circonda, avete ricche zone geotermiche in Toscana, biomasse da Bolzano in su nel nord Italia, avete la neve, per l'idroelettrico, dalle Alpi. Voi avete molta più energia di quella che vi serve, in energie rinnovabili! Non la state usando…io non capisco. L'Italia potrebbe. Credo che, umilmente, quel che posso dire al governo italiano è: a che gioco volete giocare? Se il vostro piano è restare nelle vecchie energie, l'Italia non sarà competitiva e non potrà godere dell'effetto moltiplicatore sull'economia della terza rivoluzione industriale per muoversi nella nuova rivoluzione economica e si troverà a correre dietro a molti altri Paesi col passare del XXI secolo. Se invece l'Italia deciderà che è il momento di iniziare a muoversi verso la terza rivoluzione industriale, le opportunità per l'Italia e i suoi abitanti saranno enormi. Da anni seguo il tuo sito, vorrei che ci fossero voci come la tua in altri Paesi. Ha permesso a cosi' tante persone di impegnarsi insieme...credo sia istruttivo rispetto alla strada che dobbiamo intraprendere."

Jeremy Rifkin

lunedì 23 giugno 2008

Un monito antirazzista di Gustav Niemoller

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.


sabato 21 giugno 2008

Alfonso Cuaròn e i figli degli uomini [di Elda Lo Cascio]


CHILDREN OF MEN



Dopo la regia di “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” (2004), il versatile regista messicano Alfonso Cuaròn si cimenta in un thriller fantascientifico, “Children of Men”, isopirato al romanzo della scrittrice inglese P.D.James. La storia è ambientata a Londra nel 2027, anno in cui il mondo è piagato da continue guerre e le donne soffrono di una malattia che porta alla sterilità. Non nasce un bambino da diciotto anni e il futuro dell’umanità è minacciato da questa nuova e orribile pandemia dalle cause inspiegabili. In un mondo in cui il caos e l’illegalità hanno avuto la meglio sull’ordine e la giustizia, l’Inghilterra rimane l’ultimo luogo di resistenza ad un nichilismo senza scampo. Il regime inglese totalitario utilizza però qualunque mezzo di repressione per combattere clandestini e rivoluzionari . In questo scenario apocalittico si muove Theo (Clive Owen, presente qui a Venezia), ex attivista dalla vita apatica, che verrà coinvolto dalla sua vecchia compagna Julian (Julianne Moore) nella difficile impresa di mettere in salvo Kee (Clare-Hope Ashitey), una giovane donna africana che porta in grembo un bimbo di otto mesi, nuovo redentore dell’umanità. Grazie anche all’aiuto dell’eccentrico Jasper (uno strepitoso Michael Caine), un hippie del nuovo millennio, Theo riuscirà a farsi garante della salvezza di quell’ indispensabile madonna nera. Pur essendo ambientato nel 2027 in un contesto futuristico, la Londra di “Children of Men” è ricostruita prendendo a modello gli scenari disumani della Palestina, dell’Iraq, della Somalia, della Bosnia, tutte terre violentate dalla guerra. Il film rimane in ogni caso difficilmente classificabile secondo i canoni usuali della schematizzazione dei generi cinematografici: è un prodotto sfaccettato in grado di porci di fronte ad un dramma di un domani che non è poi così lontano, fornendoci però una luce di speranza che ha tutto il sapore di un ammonimento. Ha detto Cuaròn ai giornalisti che hanno definito “Children of Men” un film pessimista: “La mia non è una visione pessimistica del futuro, ma piuttosto una visione realistica del presente. Per questa ragione ho usato delle icone, degli archetipi collettivi umani immediatamente comprensibili da tutti visto che, più che del futuro, volevo parlare del presente. Nel film è presente molta violenza, ma siamo stati ben attenti a non esaltarla in nessun modo. Volevamo mostrare la realtà che purtroppo è propria di alcune zone del mondo, senza mitizzarla, i personaggi, infatti, uccidono solo per difendersi e sopravvivere”.

E.L.C.

giovedì 19 giugno 2008

L'angoscia dell'amore : Cascando di Samuel Beckett



Cascando


I
perché non meramente l’occasione
senza speranze di stillare
parole
meglio non è abortire che essere sterili
plumbee dopo che tu vai via le ore
cominceranno sempre troppo presto
uncinando alla cieca
a dragare il letto del desiderio
recuperando le ossa i vecchi amori
orbite un tempo riempite di occhi come i tuoi
forse che tutto è sempre meglio troppo presto che mai
coi volti bruttati dal nero desiderio
nuovamente dicendo in nove giorni mai riemerse l’amato
né in nove mesi
né in nove vite

II
nuovamente dicendo
se non m’insegni non imparerò
nuovamente dicendo ecco vi è un’ultima volta
persino per le ultime volte ultime volte per mendicare
ultime volte per amare
per sapere di non sapere fingere
un’ultima anche per le ultime volte
di dire se non m’ami
non sarò amato se non amo te
non amerò

la zangola di parole stantie nuovamente nel cuore
amore amore amore
tonfo del vecchio pistone a pestare
l’inalterabile
siero di parole

nuovamente atterrito
di non amare
di amare e non te
di essere amato e non da te
di sapere di non sapere fingere
fingere

io e tutti quegli altri che ti ameranno
se ti amano

III
sempre che ti amino


Samuel Beckett

domenica 8 giugno 2008

Lezioni di cinema: Robert Guédiguian [di Elda Lo Cascio]



Inserisco nel blog un articolo scritto in occasione delle lezioni di cinema che il regista marsigliese ha tenuto a Palermo nell’ottobre 2006, un omaggio ad un grande del cinema francese, e un omaggio alla sua Marsiglia, vera protagonista dei suoi film (e dei quadri di Cèzanne…)


Robert Guédiguian è a Palermo. Il noto regista francese, autore di piccoli capolavori quali “Marius e Jeannette” (1997) o il più recente “Le passeggiate al Campo di Marte” (2004), film che racconta gli ultimi giorni di vita dell’ex presidente francese François Mitterand, è protagonista, nella nostra città, di un seminario sul cinema dal titolo “Lezioni Siciliane”. L’evento, che è ha avuto inizio lunedì 16 ottobre e finirà venerdì 20, è promosso dalla Filmoteca Regionale Siciliana insieme con il Centro Culturale Francese, ed è organizzato dall’Associazione Culturale Nanook. Robert Guédiguian, camicia bianca, pantalone nero, capello arruffato e occhiali tondi, incarna il modello dell’intellettuale francese. Ex attivista nel partito comunista francese, uomo di origini popolari (è nato all’Estaque, il quartiere portuale di Marsiglia), Guédiguian è approdato al cinema perché rappresenta una possibilità di resistenza politica in un mondo pervaso dalla caduta delle illusioni anticapitalistiche. Il suo cinema è costellato di elementi politici e ideologici. I protagonisti dei suoi film, in uno scenario ‘rustico’ (come dice lo stesso Guédiguian) e popolare, incarnano uno spaccato della società contemporanea, con i suoi valori e dis-valori, con la sua capacità di reagire o di rimanere immobile. Guèdiguian imposta il seminario sul cinema in modo non convenzionale: nessuna lezione frontale, solo interazione col pubblico che ha assistito alle proiezioni dei suoi film. Interrogato sul perché ha deciso di far cinema, Guédiguian risponde che in Francia, nei primi anni ’80, il cinema parlava soltanto di se stesso. Nel panorama cinematografico francese un film come “Dernier été” (1980), il suo primo lungometraggio, era assolutamente di controtendenza. Secondo il regista marsigliese, il cinema francese di allora non aveva alcuna fiducia in se stesso e nelle cose che raccontava. Per Guèdiguian il cinema deve avere fiducia nel reale perché, parafrasando Pasolini, la realtà non è altro che un lungo piano sequenza. Pertanto, l’autore di “Marius e Jeannette” invita tutti noi a fare cinema, perché è la cosa più semplice del mondo: il cinema è osservare la realtà. Ciò che conta e che fa la differenza è il nostro regard, il nostro sguardo sul mondo.
Per essere buoni registi, secondo il cineasta marsigliese, bisogna rinunciare a voler avere il controllo su tutti gli elementi del film. L’autore deve limitarsi ad avere un’”intuizione”, un “presentimento” riguardo a ciò che il film dovrà essere, ma soprattutto rappresentare. Il film nasce attraverso un confronto con la realtà e questo giustifica il fatto che ogni singolo spettatore possa percepire il film in modo differente da ogni altro. Se Bertold Brecht parla di spettatore ideale, ovvero il destinatario che vive nella mente del regista quando questi “crea” il film, Guédiguian rinuncia a questa utopia e accetta che l’opera d’arte, una volta portata a termine, appartenga del tutto allo spettatore e non più al suo autore. In questa concezione dell’arte, il cinema assurge ad un ruolo fondamentale, ovvero a scuotitore delle coscienze. Proprio per questo i film, secondo Guédiguian, devono essere estremi; diremmo con Aristotele che devono appartenere alla commedia o alla tragedia, senza via di mezzo. Il punto di partenza è una problematica che può essere risolta o meno. Un film deve fare arrabbiare o deve incoraggiare, continuando ad avere risonanza nella vita dello spettatore, anche a visione conclusa. In questo senso, l’arte si configura come resistenza alla morte e come spinta “politica” a cambiare le cose. In definitiva, un autore produce sempre uno stesso film anche se in forme differenti. L’evoluzione di un percorso artistico corrisponde all’evoluzione della biografia di una autore e ci sono cose che spesso rimangono uguali nella sostanza, pur cambiando forma. Quello che può cambiare è il modo di raccontare una storia ma non la storia in sé.“Marius e Jeannette” e “La ville ést tranquille” incarnano appieno questa concezione dell’arte, ma ancora di più, il finale epico di “Marie-Jo e i suoi due amori”, che nella tragicità della storia ci riporta al presente, ci fa scontrare con quella che è l’essenza della condizione umana, ovvero il suo essere effimero.

E.L.C.

venerdì 6 giugno 2008

Un Ozpetek con Saturno contro [di Elda Lo Cascio]


Di Ferzan Ozpetek
Con Pierfrancesco Favino, Luca Argentero, Ambra Angiolini
Drammatico, Ita 2007, 110’

Gli amori, gli amici, per sempre. Questo il sottotitolo di “Saturno Contro”, ultima fatica di Ferzan Ozpetek, interamente girato a Roma e prodotto da Medusa. Il nucleo della storia, come avveniva ne “Il Grande Freddo” di Lawrence Kasdan, prende il via dalla morte di uno dei protagonisti, Lorenzo (Luca Argentero), compagno omosessuale di Davide (Pierfrancesco Favino), scrittore di libri per ragazzi. Protagonista della vicenda è un gruppo di amici, la famiglia allargata di Davide e Lorenzo, che partecipa agli eventi della vita, in uno sfondo malinconico e amaro, dove la generazione dei trentenni s’incontra con quella dei quarantenni, fra paure, incertezze e delusioni. Unica àncora di salvezza in un universo privo di punti di riferimento è l’amicizia, salda nonostante tutto, che si traduce nella possibilità di condividere i drammi e i cambiamenti, in una dimensione collettiva dove è possibile un paradossale ma eterno presente. Il tragico evento dell’agonia di Lorenzo, entrato in coma per un aneurisma cerebrale, e poi la sua morte, favorisce lo smascheramento dell’interiorità di tutti i personaggi presenti sulla scena. A venire minacciato dallo scorrere del tempo è l’universo medioborghese a cui appartengono tutti i protagonisti: da Angelica (Margherita Buy) psicologa a un punto morto della sua relazione con Antonio (Stefano Accorsi), il marito che la tradisce con una bella fioraia (Isabella Ferrari), alla saccente Neval (Serra Yilmaz) interprete e traduttrice turca con un marito gregario e balbuziente, a Sergio (Ennio Fantastichini), ex di Davide e nullafacente. Un film corale, dunque, sul tema dall’amore, dell’amicizia e soprattutto della separazione, dove l’accettazione del lutto, reale o metaforico che sia, diventa il punto di partenza per instaurare relazioni più vere in uno spazio in cui la comunicazione diventa l’unica resistenza possibile al corso della Storia. Il corpo morto di Lorenzo fa da trait d’union alle vite parallele dei personaggi che riscoprono, nella tragedia, la possibilità di essere più veri, di “espellere” da sé i bisogni e le emergenze represse dallo spirito dei tempi, per capovolgere i verdetti astrologici di una società in cui l’energia di Saturno in opposizione può essere neutralizzata dalla forza di una dimensione privata che nel pubblico trova la sua più genuina espressione.


E. L. C.
(anche su http://www.cinematocasa.it/)

Una dedica...grazie a Wislawa Szymborska e a Robert Doisneau


AMORE A PRIMA VISTA


Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E’ bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima,credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano-una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno “scusi” nella ressa?
un “ha sbagliato numero” nella cornetta?- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava e allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wislawa Szymborska

martedì 3 giugno 2008

Zoe: le città e i segni- Omaggio a Italo Calvino




Zoe. Le città e i segni. 3.


L’uomo che viaggia e non conosce ancora la città che lo aspetta lungo la strada, si domanda come sarà la reggia, la caserma, il mulino, il teatro, il bazar. In ogni città dell’impero ogni edificio è differente e disposto in un diverso ordine: ma appena il forestiero arriva alla città sconosciuta e getta lo sguardo in mezzo a quella pigna di pagode e abbaini e fienili, seguendo il ghirigoro di canali, orti, immondezzai, subito distingue quali sono i palazzi dei principi, quali i templi dei grandi sacerdoti, la locanda, la prigione, la suburra. Così – dice qualcuno – si conferma l’ipotesi che ogni uomo porta nella mente una città fatta solo di differenze, una città senza figure e senza forma, e le città particolari la riempiono.
Non così a Zoe. In ogni luogo di questa città si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli. Qualsiasi tetto a piramide potrebbe coprire tanto il lazzaretto dei lebbrosi quanto le terme delle odalische. Il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano. Ne inferisce questo: se l’esistenza in tutti i suoi momenti è tutta se stessa, la città di Zoe è il luogo dell’esistenza indivisibile. Ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?


Italo Calvino, Le città invisibili

sabato 31 maggio 2008

Al direttore di Cinematocasa il premio Joe Petrosino 2008


Verra´ assegnato al giornalista siciliano Massimo Di Martino il premio ´´Joe Petrosino 2008´´. Il reporter palermitano ricevera´ un attestato di benemerenza nel ricordo del tenente italo-americano ucciso nel capoluogo siciliano quasi cento anni fa. A ricevere il premio sabato prossimo, 31 maggio 2008, alle ore 10,30, presso la Certosa di Padula, luogo natale del detective americano, ci saranno anche il procuratore capo Giancarlo Caselli e Alessandra Perrone in rappresentanza del Comitato ´´Addiopizzo´´. Il pronipote dell´ufficiale di polizia newyorkese, Nino Melito, ha voluto premiare cosi´ nell´ambito della settima edizione della manifestazione. il giornalista Di Martino, autore della fiction Rai e del libro edito da Flaccovio, per aver contribuito in maniera eccellente al ricordo e alla promozione di Joe Petrosino´.

Il viaggio, l'esperienza, la vita: Itaca di Costantino Kavafis



Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; piu' profumi inebrianti che puoi,
va' in molte città egizie
impara una quantità
di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa' che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantino Kavafis

mercoledì 21 maggio 2008

Cinematocasa ovvero Il consumatore ribelle [di Elda Lo Cascio]


Anche il consumatore ha una sua coscienza. Una coscienza di classe, oserei dire. Ovvero, l’appartenere ad una rassicurante perché omologante categoria: quella dei consumatori, appunto. Nella nostra società (ma cos’è poi questa società dal corpo proteiforme in continua metaformosi???) dove vivono e si muovono corpi di consumatori tutti uguali, la cui unica aspirazione è il possesso del prodotto, mi sono chiesta: “ma è il consumatore a scegliere davvero ciò che vuole o ciò che vuole non è altro che il risultato di una scelta, obbligata, fatta a monte dai produttori che confezionano a loro piacimento i beni di consumo?”. Allora ho capito davvero. Si è aperto uno squarcio nel teatrino di carta. Il consumatore, dunque, non è libero di volere scegliere, l’unica possibilità che gli è concessa è quella, paradossale, di “dovere scegliere”. Il mio animo libertario con tratti anarcoidi ha resistito finchè ha potuto. Come minare alla radice questo meccanismo perverso, questa catena di montaggio dal sapore fordista, sovvertendo il sistema? Ma è ovvio. Sottraendosi al ruolo di consumatore e diventando produttore/autore di qualcosa in cui si crede e che si vuole perché è bello e piace. Per puro estetismo, forse. Ed ecco allora che è nato Cinematocasa (http://www.cinematocasa.it/), il prodotto di menti ribelli e poco inclini a far parte della categoria di consumatori che non rinunciano ad essere anche produttori del proprio bene di consumo. Tutti dovremmo provarci. E’ difficile, ma ci si riesce. “Cinematocasa” è una prova di questa ribellione. O forse ne è il prodotto, da scegliere di “consumare” con piacere, solo se ne abbiamo voglia.
E.L.C.

domenica 18 maggio 2008

L'artista è il creatore di cose belle - Omaggio a Oscar Wilde




Prefazione a Il ritratto di Dorian Gray



L'artista è il creatore di cose belle.

Rivelare l'arte e celare l'artista è il fine dell'arte.
Il critico è colui che sa tradurre in forma diversa o in nuova materia la sua sensazione del bello.
La più alta come la più meschina forma di critica sono una sorta di autobiografia.
Quelli che vedono brutti significati nelle cose belle sono disonesti senza essere interessanti. Questo è un difetto.
Quelli che vedono bei significati nelle cose belle sono i raffinati. Per essi c'è speranza.
Essi sono gli eletti per cui le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Tutto qui.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il suo volto in uno specchio.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il suo volto in uno specchio.
L'artista non ha affinità etiche. Un'affinità etica in un artista è un imperdonabile manierismo stilistico.
L'artista non è mai morboso. L'artista può esprimere tutto.
Il pensiero e il linguaggio sono per l'artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per l'artista materiali di un'arte.

Dal punto di vista della forma, il modello di ogni arte è l'arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento, il modello è il mestiere dell'attore.
Ogni arte è a un tempo facciata e simbolo.
Chi va oltre la facciata lo fa a suo rischio.
Chi intende il simbolo lo intende a suo rischio.
È lo spettatore, non la vita, che l'arte invero rispecchia.
La differenza di opinioni su un'opera d'arte indica che l'opera è nuova, complessa, vitale.
Quando i critici dissentono tra di essi, l'artista è d'accordo con se stesso.
Possiamo perdonare un uomo per aver fatto qualcosa di utile purché non l'ammiri. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
utta l'arte è completamente inutile


Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

giovedì 15 maggio 2008

L'Oceano di latte del Nuovomondo [di Elda Lo Cascio]



In un momento in cui il tema dell'immigrazione riguarda da vicino il nostro Paese che respinge senza appello i migranti clandestini, che arrivano in Italia stipati nelle 'carrette del mare' nella speranza di lasciarsi alle spalle l'icubo della povertà, della fame, delle malattie che affliggono i loro Paesi d'origine per trovarne di peggiori, forse, nella 'terra promessa', mi viene in mente un film, quel "Nuovomondo" del romano Emanuele Crialese, che vidi due estati fa a Venezia durante la 63° Mostra Internazionale del Cinema.


La storia stavolta non riguarda gli extracomunitari di colore o dell'Est che 'invadono' (secondo un'opinione diffusa, ahinoi!) il Vecchio Mondo, ma una famiglia di contadini di Petralia, un paese delle Madonie in Sicilia, che nei primi anni del Novecento decide di emigrare in America con un’unica speranza nel cuore: quella di trovare un lavoro. Non è la gloria, né la ricerca di grandi fortune a spingere Salvatore Mancuso (Vincenzo Amato) a prendere il coraggio a piene mani e a trascinare con sé la sua famiglia attraverso le acque perigliose dell’Oceano Atlantico. A vivere quest’avventura che ha i tratti di quella dei deportati nei campi di concentramento c’è anche una misteriosa donna inglese, Lucy (Charlotte Gainsburg) o Luce, nella lingua storpiata dei siciliani. La donna è l’unico personaggio che vive e sente l’esperienza del viaggio rimanendo ancorata alla realtà. E’ l’unica straniera in una nave di emigranti italiani, è l’unica persona colta, dalla pelle chiara e luminosa. E’ l’unico personaggio che vive la solitudine. Salvatore promette di sposarla non appena giunti in America, per permetterle di essere libera. In un contesto in cui l’irrazionale e il magico diventano la norma, Lucy mantiene viva un'abbagliante razionalità. Nel Nuovo Mondo gli emigranti vengono sottoposti ad esami medici e psicologici per vagliare l’opportunità di far mischiare la “razza” americana con persone provenienti dal Vecchio Mondo. L’uomo è spaesato, confuso e ammaliato dalla nuova situazione. Sotto la doccia, con l’acqua corrente mai vista nella loro vita, le donne si fermano a guardare i loro corpi, un battesimo che spinge al nuovo, un’iniziazione alla nuova vita e allo stesso tempo un affrancamento da quella passata. Il Nuovo Mondo è arrivato e con esso la speranza della realizzazione del sogno, la speranza che le leggende su questo paese così lontano e così ricco corrispondano al vero. L’ultima sequenza di “Nuovomondo”, esteticamente perfetta a parer nostro, entrerà di diritto nella storia del cinema: il bagno surreale degli emigranti in un mare di latte, forse metafora della realizzazione del sogno, di qualcosa di mai visto e di straordinario, una nuotata in un elemento primordiale, matriarcale, che forse coincide con la speranza e che ripaga del sacrificio.
E.L.C.

mercoledì 14 maggio 2008

Seduto alla Brasileira

La mia passione per il Portogallo e per il Maestro Fernando Pessoa ha preso la forma, nel giugno del 2006, di un racconto breve che è giunto secondo al concorso per foto e racconti "Scatti di Scrittura", bandito da Letteralmente - il portale della piccola editoria.


La foto, scattata da me a Lisboa nel Barrio Alto nell'estate dell'anno precedente, ritrae Pessoa assiso alla Brasileira, lo storico caffè, divenuto circolo letterario nel periodo d'oro della letteratura portoghese. A Lisbona, dal 1915 in poi, discettavano, riuniti nel cuore della città, intellettuali come FernandoPessoa e i suoi eteronimi (e chi potrebbe dimenticarli?), Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado che avevano dato vita alla rivista Orpheu, di ispirazione futurista, paulista e cubista. Il mio racconto è un omaggio al Poeta-Fingitore e alla scrittura come mappa per poter ripercorrere le tappe della nostra memoria.


Seduto alla Brasileira

Cosa ci faccio qui, a contemplare la folla che si affanna a correre, assecondando il movimento del tempo, dovrei cominciare a chiedermelo. Non so rispondere. È una domanda che forse sarebbe opportuno porre a ciascuno di noi, a chiunque abbia voglia di fermarsi per un attimo a osservare il mondo, bloccando il tempo in quel frammento di stasi che disorienta perchè è morte nella vita. Mi sono seduto per questo, per contemplare la vita, immobile come un morto. Ma non rimarrò seduto qui per molto. La mia è soltanto una pausa nell’incessante tamburellare del giorno. Ho sempre schivato il contatto con l’esterno, con quell’altro da me che non è nulla se non il fantasma di me stesso. Tutto è in me, anche l’altro che vedo, che fisso, che contemplo seduto sulla sedia di questo caffè di Lisbona dove servono un ottimo sorbetto al limone e un caffè senza pari. Io sono l’altro, sono tutti gli altri, le infinite possibilità dell’esistere. Devo ancora ordinare. La sedia accanto a me è vuota. Preferirei rimanere da solo nella folla, in compagnia della mia contemplativa solitudine, ma non posso negare ad un viandante la sosta. Accetto di sedere accanto soltanto a poeti o instancabili viaggiatori. Che poi, in fin dei conti, sono la stessa cosa. Gradisco la vostra compagnia ad un patto: che se siete dei viaggiatori, dopo aver ripreso un po’di fiato, mi mostrerete le carte dei vostri viaggi. Ogni viaggiatore che si rispetti porta con sé le mappe dei luoghi visitati e quelli da visitare, non si separa mai da un taccuino su cui annotare eventi, situazioni memorabili o incontri con uomini straordinari. A me interessano molto i viaggiatori, perché io ho viaggiato molto poco. Dei pochi incontri indimenticabili che ho fatto ho dimenticato quasi tutto. Non avevo con me un taccuino. Niente scrittura, niente passato. Ho peccato di presunzione perché pensavo che non avrei avuto bisogno di affidare alle lettere i miei ricordi, sicuro che sarebbero rimasti intatti, riposti in uno dei tanti cassetti della mia memoria, pronti a saltar fuori nel momento di fare ordine. Non faccio mai ordine. Forse è una cattiva abitudine, ma l’ordine mi disorienta e mi allontana dal contenuto delle cose. L’ordine è pura forma. Il sogno è forma? Molti di noi vivono di dimenticanze o di sogni, di quei rifiuti della coscienza su cui l’anima imbastisce la sua ragion d’essere. Da questa sedia mi ritaglio una finestra sul mondo dove le immagini degli uomini che attraversano questa strada, si affastellano ai lati di un crocicchio dove le esistenze sono forse puro pensiero o soltanto un sogno. Di chi? Forse nemmeno il sogno ci appartiene e correndo ci illudiamo di sentire carnalmente la nostra fisicità. Le vene che pulsano, il cuore che batte, il fiato intermittente. Una goccia di sudore, in questa mattina d’estate, mi ricorda che sono vivo, che esisto, che sono presente a me stesso. Stento a crederci. Il pensiero è di per sé il riflesso di qualcos’altro e mentre penso mi sento rifrangere in una dualità scissa, incommensurabilmente, all’interno di una frattura insanabile. Vivo come in uno specchio, su quella soglia fra l’immagine e la realtà dove è impossibile distinguere cosa è il riflesso e cosa, invece, non lo è. A volte penso che sono la stessa cosa, e vorrei essere il vetro dello specchio per essere tutto, sabbia e luce, la realtà e il suo doppio. Chi sono? Sì, un caffè e poi vado via. Le vostre carte, ancora non le avete tirate fuori. All’angolo della strada c’è un uomo distinto, cappello a falde larghe, vestito gessato, nodo perfetto alla cravatta. Impeccabile. Forse è un bancario, o un rappresentante di qualcosa. Di cosa non saprei dire. Che cambia? Le scarpe sono tirate a lucido. Si sarà fermato al Rossio, a quell’angolo con Praça da Figueira dove ogni giorno due uomini curvi, con la schiena piegata dal lavoro e coi capelli imbiancati dal tempo, impugnano le loro armi contro lo sporco di scarpe che hanno solcato percorsi irripetibili. Sono proprio tirate a lucido, con arte quasi certosina. Il nostro uomo dove si recherà? Quale il motivo di tanta eleganza? Chi deve incontrare nel suo peregrinare giornaliero? Quando l’uomo artificiale, ingessato in quell’abito da falsa cerimonia, tornerà ad essere naturale e riporrà la sua maschera sul letto a fine giornata, dopo aver piegato a dovere il suo vestito intriso dei sapori della gente con cui è venuto a contatto, forse riderà e si addormenterà tranquillamente (certo che si addormenterà tranquillamente, potremmo scommetterci) e non si accorgerà che dietro la sua maschera non c’è allegria. L’allegria è finita sotto la suola delle sue scarpe. Si è mascherato per esistere e nessuno lo ha smascherato. Nessuno ha pensato che dietro quel volto potesse esserci dell’altro, un dissimulatore onesto, onesto perché ignaro della sua stessa dissimulazione. Ma anch’io sono una maschera. Forse non è facile distinguerla, ma ne avverto il peso. Il peso di un volto solitario e orgoglioso non privo di vanità. La vanità mi permette di osare, di cambiare fattezze e di essere sempre diverso da me stesso. Impossibile riconoscermi ed essere riconosciuto. Non mi si può riconoscere perché sono tutti i travestimenti insieme e nessuno allo stesso tempo. Il volto dell’esistenza che lineamenti ha? Avevo detto che non si doveva parlare di forme e ne parlo. Ho paura delle forme, le temo più del sapore di questo caffè bollente che ho ordinato e che ancora non arriva. Le forme ingabbiano, classificano, deformano. È in nome delle forme che gli uomini lottano, combattono, uccidono. E tutto per un equivoco: scambiano la forma col contenuto. Ma il contenuto non può avere forma perchè è tutte le forme insieme. È come il bianco, il colore dell’anima, che racchiude in sé ogni possibilità cromatica. L’essere è molteplice. Tutto è l’uno. Sono irritato. Il caffè non arriva. L’attesa sta diventando troppo lunga e il risultato, prevedibilmente, sarà deludente. Anche il sole, così alto e così lucente, comincia a stancarmi. È un’escrescenza quasi perfetta, turbata soltanto dal passaggio indolente di quella piccola audace nuvola solitaria, un David incosciente che sfida Golia. Vorrei essere quella nube solitaria, tanto arrogante da sfidare l’imponente nemico. E invece? Rimango seduto qui, attendendo il caffè, e contemplando l’anonima folla, uno sciame privo di consistenza, un insieme di corpi in movimento che non sanno di non essere nulla, nemmeno corpo. Vorrei per un attimo non sentirmi, esorcizzando le sensazioni. Metterle un attimo da parte e non sentire che sono vivo. A volte mi chiedo se anche le sensazioni non siano frutto di un incessante lavorio del pensiero. È possibile pensare una sensazione? Quando accosterò le labbra all’agognata tazzina e sentirò avvicinarsi il vapore del caffè ancora fumante, mi chiederò se è vera la sensazione di calore che provo sul naso, se i miei baffi si bagneranno davvero, se il caffè è nero e bollente perché lo è o perché è così che lo avverto. Forse le sensazioni non sono reali, ma soltanto giuste, come giusti sono i rumori di questa strada che vive e che non attende nulla, neanche che beva un caffè. I viaggiatori non si sono fermati, la sedia è vuota. La mia mano destra compie un gesto involontario. Sembra che voglia fermare qualcuno. E magari rimarrò ancora un po’qui, in attesa di un nuovo sogno da sognare, aspettando che su questa sedia vuota, in questa affollata strada di Lisbona, venga a sedersi la notte col suo vestito frangiato d’infinito.
E.L.C.

domenica 11 maggio 2008

Sogno parigino - Omaggio a Baudelaire


SOGNO PARIGINO


I.

Di quei tremendi paesaggi
che l'occhio mortale mai vede
ancora stamane l'immagine
incerta e lontana m'assedia.


Nel sonno si mostra il miracolo!
Per un capriccio singolare
abolivo dallo spettacolo
la flora in forma regolare.


Fiero del mio genio pittorico
gustavo la monotonia
inebriante dei colori:
oro marmo acqua in armonia.


Babele di scale, d'arcate,
un palazzo ch'era infinito,
bacini dovunque, e cascate
sopra l'oro opaco e brunito.


E poi, cateratte pesanti,
come tendaggi di cristallo,
erano sospese, abbaglianti,
lungo muraglie di metallo.


Paludi stagnanti accerchiate
non da alberi ma da colonne,
dove naiadi smisurate
si specchiavano, come donne.


Scorreva un rivo d'acqua blu
tra rosate e virenti sponde,
per milioni di leghe e più
fino al lembo estremo del mondo.


Pietre preziose mai notate,
flutti magici, straordinarie
specchiere, ch'erano abbagliate
pur dal loro riverberare.


Indifferrenti, taciturni,
tanti Gange nel firmamento
versavano dalle loro urne
tesori in gorghi di diamante.


Architetto di favolosi
mondi, facevo a piacimento
sotto un tunnel di preziosi
trascorrere un oceano lento.


Tutto, anche il nero, era un fulgore,
era limpido, era iridato,
l'acqua incastonava la gloria
in un raggio cristallizzato.


Non c'erano astri né vestigia
di sole, neppure a occidente,
per dar luce a tali prodigi,
infocati per propria fonte.


Su questi nobili portenti
planava (amara novità:
tutto agli occhi, all'udito niente)
un silenzio d'eternità.

II.


Aperti gli occhi in un incendio,
l'orrore ho visto del mio tetto,
poi ho sentito, riavendomi,
l'amaro assillo maledetto.


La pendola dal tocco funebre
suonava mezzodì, brutale,
mentre il cielo versava tenebre
sul torpore del mondo uguale.

Charles Baudelaire, I fiori del male